Riciclaggio e autoriciclaggio

Introduzione nel nostro ordinamento di una fattispecie unificata di riciclaggio e auto riciclaggio, dotando, finalmente, magistratura e forze di polizia di uno strumento necessario ed efficace per il contrasto al crimine organizzato, secondo le indicazioni contenute nelle direttive comunitarie in materia.

martello

Proposta

Introduzione nel nostro ordinamento di una fattispecie unificata di riciclaggio e auto riciclaggio, dotando, finalmente, magistratura e forze di polizia di uno strumento necessario ed efficace per il contrasto al crimine organizzato, secondo le indicazioni contenute nelle direttive comunitarie in materia (in particolare la direttiva 2005/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 26 ottobre 2005, e la direttiva 2006/70/CE della Commissione, del 4 agosto 2006), nonché nella Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale, adottata dall’Assemblea generale il 15 novembre 2000 e ratificata ai sensi della legge 16 marzo 2006, n. 146. Attualmente il codice penale (articolo 648-bis) punisce il reato di riciclaggio individuandolo come l’attività posta in essere da chi, fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa. Il riciclaggio è, quindi, escluso (cd. clausola di riserva) nel caso in cui il suo autore abbia concorso nel reato da cui il denaro, i beni e le utilità derivano. Non ci deve essere, quindi, coincidenza tra l’autore del delitto di cui all’articolo 648-bis e l’autore del reato presupposto dove, per reato presupposto, si intende il delitto non colposo da cui provengono il denaro, i beni e le altre utilità o gli altri vantaggi economici. Oggi l’autoriciclaggio non costituisce dunque un’autonoma fattispecie penale sulla base dell’assunto di teoria generale secondo cui l’utilizzazione dei beni di provenienza illecita da parte degli stessi che hanno partecipato alla realizzazione del reato presupposto costituisce un postfactum non punibile. In sostanza l’offensività della condotta di autoriciclaggio sarebbe di per sé già punita nel momento in cui viene punita la condotta dalla quale è scaturito l’arricchimento. Non si può, però, non tenere conto della sanzionabilità dal punto di vista penale dell’autoriciclaggio in altri ordinamenti, fra i quali quello spagnolo, francese, oltre che negli Stati Uniti e in Svizzera. Sotto il profilo internazionale vi è infatti una ampia convergenza sia livello europeo che globale a favore dell’introduzione del reato di autoriciclaggio. Sul punto è intervenuto anche il Consiglio superiore della magistratura, in occasione del recentissimo parere del 24 ottobre u.s. sul disegno di legge anticorruzione affermando che “…deve essere segnalata l’opportunità di una norma che punisca il cd. “auto riciclaggio”, e cioè il reimpiego e la reimmissione sul mercato di risorse provenienti da reato da parte di chi lo abbia commesso. Tale condotta costituisce infatti uno dei principali canali di occultamento dei proventi delittuosi, in particolare del crimine organizzato, dei reati economici e di corruzione. In assenza di sanzione autonoma di essa, si priva l’ordinamento di uno strumento utile ad impedire – a valle della corruzione – la concretizzazione ultima del vantaggio patrimoniale conseguito con l’attività illecita.”. Con la presente proposta di legge si intende dunque colmare una rilevante lacuna del nostro sistema penale, in materia di delitti contro il patrimonio, (più correttamente inquadrabili da un punto di vista sistematico tra le violazioni contro l’ordine economico), al fine di potenziare e di rendere maggiormente efficace il contrasto al crimine organizzato, ma anche ai connessi reati di corruzione ed evasione fiscale. Oggi l’operare perché sia cancellata la provenienza illecita di utilità economiche da impiegare in lecite transazioni di mercato caratterizza, difatti, principalmente l’agire delle organizzazioni criminali, in particolare di quelle mafiose o di stampo mafioso, rendendole molto vicine all’impresa, sia nella struttura delle proprie articolazioni che nelle strategie di medio e lungo termine. La dimensione della criminalità economica, sempre più in espansione in tempi di globalizzazione e di crisi mondiali, comporta l’acquisizione di posizioni di potere e di enormi ricchezze, che inquinano, condizionano e strozzano l’economia sana, pertanto appare improcrastinabile la necessità di adeguare prontamente gli strumenti normativi contro il crimine organizzato e comune. Un primo rilievo, di carattere generale, riguarda la collocazione sistematica della norma in materia di riciclaggio. L’inserimento degli artt. 648 bis e 648 ter nel titolo tredicesimo del codice penale, concernente i delitti contro il patrimonio, deriva dalla scelta iniziale del legislatore di costruire tali fattispecie criminose sul modello del delitto di ricettazione. In realtà, le ormai consolidate osservazioni di tipo criminologico dimostrano che le attività di riciclaggio e di reinvestimento incidono in misura sensibile sul sistema economico nel suo complesso, con specifico riguardo al settore finanziario, utilizzato dal crimine organizzato per l’allocazione più conveniente delle risorse patrimoniali illecitamente conseguite. Del resto, il decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, che dà attuazione alla direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, contiene all’art. 2 un’ampia definizione di riciclaggio, che –anche se finalizzata alla materia disciplinata da quella specifica normativa- non può in qualche modo non influenzare anche le scelte del legislatore nel settore penale. Non esiste però, com’è noto, nel catalogo dei beni-interesse considerati espressamente nella parte speciale del codice penale, il bene giuridico collegato all’integrità del sistema finanziario, per cui appare non agevole –nella riformulazione della disposizione in tema di riciclaggio- trovare per tale fattispecie un’autonoma collocazione. Si è quindi ipotizzata una integrazione del titolo ottavo del libro secondo del codice penale, introducendo un Capo IV relativo ai delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio, includendo anche fattispecie di reato che si riferiscono all’incidenza sul sistema delle relazioni economiche derivante dalla circolazione di ricchezze di provenienza illecita. Un secondo rilievo (anch’esso riferito alla formulazione complessiva della norma) riguarda l’opportunità di inserire in una medesima disposizione le fattispecie di riciclaggio e di reinvestimento che sono oggi disciplinate in modo separato dagli artt.648 bis e 648 ter. Una più aggiornata rivisitazione della materia consente, peraltro, di affermare che il fenomeno del riciclaggio ricomprende la fase del placement (“piazzamento”, “collocamento” dei proventi illeciti), del layering (“stratificazione”, consistente in operazioni finanziarie finalizzate a separare i capitali illeciti dalla propria matrice) e dell’integration (consistente nell’ “integrazione” dei proventi “ripuliti” nei circuiti dell’economia lecita, attraverso investimenti o l’esercizio di attività imprenditoriali). Sembra dunque inutile (e foriero – com’è sino ad ora avvenuto nella pratica – di generare problemi di punibilità) separare le fattispecie, lasciando di conseguenza che la causa di esclusione della punibilità (venuta meno per l’autore del reato presupposto con il disegno di legge in questione) resti vigente nella fattispecie di cui all’art.648 ter c.p. per colui che abbia realizzato condotte ricomprese nella previsione di cui all’art.648 bis c.p. Se il riciclaggio consiste (alternativamente o cumulativamente) in una pluralità di condotte, chi realizzi anche una soltanto di esse è da considerare comunque autore di quel delitto: ciò agevola ovviamente la comprensione di fenomeni complessi, come quelli che coinvolgono una pluralità di soggetti di volta in volta impiegati nella sostituzione o nell’investimento di disponibilità finanziarie nell’ambito di organizzazioni criminali ove i ruoli dei soggetti che operano in quel campo appaiono mutevoli a seconda delle contingenti necessità. Peraltro, la definizione del reato di riciclaggio contenuta nell’art.2 del decreto legislativo n.231/2007 non contempla alcuna esclusione per ciò che concerne l’autore dell’attività criminosa da cui provengono i beni che sono oggetto delle condotte ivi considerate. Il riciclaggio è considerato tale anche se le attività che hanno generato i beni da riciclare si sono svolte nel territorio di un altro Stato comunitario o di un Paese terzo. La conoscenza, l’intenzione o la finalità, che debbono costituire un elemento degli atti di cui al comma 1, possono essere dedotte da circostanze di fatto obiettive. Anche sotto tale profilo, dunque, il richiamo al predetto testo normativo é stato utile nella costruzione di una fattispecie che contempli pure l’ipotesi dell’autoriciclaggio. Sotto il profilo premiale si prevede una norma analoga a quelle di cui all’art.73, comma 7, ed all’art.74, comma 7, d.p.r. n.309/1990, in tema di stupefacenti, che dispongono sensibili diminuzioni di pena per coloro che si sono efficacemente adoperati perché l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti. Muovendo da tali premesse è possibile delineare una nuova formulazione della fattispecie incriminatrice unificata di riciclaggio, sistematicamente collocata nel codice penale, insieme ad un corollario di norme, di cui talune innovative in tema di pene accessorie, di responsabilità degli enti, di scambi informativi, di intercettazioni preventive e di agenti di copertura mentre altre già esistenti e richiamate per motivi di collocazione sistematica, come le misure di aggressione patrimoniale.

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